Spero vivamente che al più presto si possano raggiungere tempi migliori per tutti noi, per tutta l’umanità. Solo allora potremo tirare un sospiro di sollievo e ripartire da ciò che è stato salvato

di Luca Sfrecola

 

Il coronavirus sta attanagliando e tenendo nella sua morsa funerea il mondo come ormai lo conosciamo da ben 4 mesi, lasciando una scia di morti e malati cronici molto alta, considerando il lasso di tempo assai ristretto

Molte sono state, finora, le vite spezzate e le famiglie distrutte e decimate; molti sono stati i ragazzi che hanno perso inesorabilmente i loro nonni, senza che nemmeno potessero accorgersene

Il coronavirus è piombato sulle loro vite e se li è portati via, strappandoli all’amore dei parenti e delle famiglie, che fino all’ultimo secondo hanno mantenuto anche il più piccolo scampolo di speranza, seppur fosse una speranza che gli stessi famigliari delle vittime sapevano non si sarebbe mai materializzata

La consapevolezza che la morte, in quelle persone, sarebbe potuta sopraggiungere c’era, ma tale pensiero appare talmente scomodo e difficile da accettare che molte volte lo si tende a chiudere a chiave nell’anticamera della nostra mente, dove alloggiano le nostre paure più indicibili e da incubo, tra cui, appunto, la perdita di un nostro caro

Mi hanno particolarmente toccato le scioccanti immagini arrivate da Bergamo ben un mese fa, dove un lungo corteo di camion dell’Esercito è stato allestito per il trasporto dei deceduti da SARS-CoV-2. I camion, diretti verso i vari campisanti dell’Emilia Romagna, sono apparsi nella notte del 19 marzo sulla via principale di Bergamo, lasciando attonita un’intera città, nel buio e nel cupo silenzio di una notte che avrebbe cambiato le vite dei bergamaschi, ma in generale un po’ di tutta Italia, tanta è stata la potenza emotiva delle immagini

L’unico sinistro e misterioso rumore proveniva dai motori dei veicoli militari, i quali celavano al loro interno un’amara verità: 65 bare che Bergamo non poteva più seppellire, né tanto meno cremare, data la situazione di estremo collasso in cui versavano le strutture cimiteriali lombarde. I militari le hanno scortate a Modena e a Bologna, dove i corpi sono stati cremati e le ceneri poi restituite ai loro cari, com’è giusto che sia.

Nonostante tutto, ciò che mi lascia più sconvolto è che i famigliari delle vittime da coronavirus non abbiano potuto nemmeno dare loro un ultimo addio, celebrando un funerale, poiché le norme sanitarie per prevenire il virus prevedono la cremazione immediata dei corpi dei deceduti, essendo potenziali vettori di diffusione del virus

Inoltre, mi hanno lasciato in lacrime le terribili immagini giunte dalle terapie intensive italiane, sull’orlo del cedimento dopo che via via sempre più persone, nel mese di marzo, hanno iniziato ad ammalarsi in forma grave, soprattutto persone anziane e soggetti immunologicamente depressi

Quelle terapie intensive, dove i malati venivano accatastati uno accanto all’altro in un clima generale di tensione, paura, confusione e sofferenza, mi hanno ricordato gli ospedali da campo utilizzati solitamente in guerra, dove regnano il caos e uno stato di febbrile confusione

Ecco, io penso che i nostri ospedali in quel periodo ci siano apparsi così: come un’enorme Babele, che si estende da Nord a Sud, senza esclusione di colpi

Se ci pensiamo, anche quella che stiamo attraversando ha assunto sempre di più i connotati di una guerra, i cui fronti e le cui trincee sono gli ospedali e le cliniche adibite alle cure dei degenti. Qui, però, il nemico numero uno non è il soldato dell’armata opposta, bensì il coronavirus: un nemico invisibile a occhio nudo, apparentemente innocuo, ma in realtà amaramente distruttivo e pericoloso

Questo maledetto virus ci attacca e ci logora gradualmente dall’interno, molte volte a nostra insaputa: è un nemico vile, vigliacco, codardo, che non si palesa subito ma temporeggia, e intanto dentro di noi muore un pezzettino del nostro corpo alla volta, finché non ce ne accorgiamo…

Ed è lì che comincia una nuova tragedia umana, segnata da dolore e dalla sofferenza estrema, in una lotta tra la vita e la morte, in cui ci si trova in un limbo dantesco. In questo limbo è come se si decretasse chi è destinato a vivere e chi invece, purtroppo, è condannato alla resa, ad essere sconfitto dal mostro virale, che non ha scrupoli ed è incredibilmente “democratico”, non facendo sconti di sorta per nessuno

Ciò che mi auguro, e spero vivamente, è che al più presto si possano raggiungere tempi migliori per tutti noi, per tutta l’umanità. Infatti, è solo allora che potremo tirare un sospiro di sollievo e asciugarci il sudore dalla fronte, deponendo le armi contro questo spietato nemico e pensando ad una ricostruzione post-pandemica del mondo, ripartendo da ciò che è stato salvato

Concludo con una frase tratta dal bellissimo discorso tenuto dal nostro Papa Francesco in occasione della messa del 27 marzo, sotto una pioggia battente e un cielo tetro, in una Piazza San Pietro deserta: “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti”